sabato 2 marzo 2013

Le Idi di Marzo.


Spesso nel corso della Storia le correnti di pensiero elaborate dalla riflessione umana hanno dovuto confrontarsi con i grandi avvenimenti che hanno segnato le grandi svolte delle vicende degli uomini. Il fluire degli avvenimenti, infatti, di tanto in tanto, perviene a dei punti di rottura, che rappresentano dei veri e propri spartiacque della vicenda umana, cioè delle svolte che segnano la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova, e che spesso sono rappresentate da guerre, che, mentre distruggono un mondo passato, ne aprono uno nuovo: le guerre puniche nel caso della Storia antica, dopo le quali Roma assunse il ruolo, per lei del tutto nuovo, di potenza mediterranea; oppure le guerre di religione nell’Europa moderna, che contribuirono alla nascita di nuovi stati borghesi; o anche le guerre mondiali, che contribuirono al declino politico del vecchio continente.
Ebbene, ogni volta che queste svolte epocali si sono presentate agli individui, si sono sempre fronteggiate tra loro due opposte tendenze: quella propria di chi, guardando indietro, ha sognato la conservazione dei vecchi equilibri e quella di chi, invece, ha cercato di costruirne di nuovi. Insomma, si è sempre presentato dinanzi agli occhi l’eterno conflitto tra conservatori e progressisti, che magari hanno assunto nomi diversi nel corso delle varie epoche, ma al fondo sono sempre stati animati dallo stesso contrasto ideale (e di interessi).
La cosa più interessante, però, è osservare che questo stesso schema si è riproposto anche nella storia delle idee, nella storia della cultura, che è stata anch’essa terreno di scontro (e talora d’incontro) tra correnti di pensiero differenti o addirittura contrapposte: spiritualisti contro materialisti, romantici contro illuministi, marxisti contro liberali, e così via. E proprio attraverso questa dialettica che la storia della cultura si è sviluppata nel corso dei secoli, in un interscambio fecondo tra punti di vista differenti. Tutto ciò, però, non è stato indolore, né potrà mai esserlo, dal momento che le diverse ideologie sono espressione, dal punto di vista sociale, di differenti interessi contrapposti che si fronteggiano con tutte le armi disponibili: la propaganda, la persuasione più o meno occulta, l’indottrinamento, perfino la violenza.
E il ruolo dell’intellettuale? Beh, se affermassimo che gli intellettuali hanno sempre assunto un ruolo di puntuale critica degli assetti esistenti o di costruttori di nuovi scenari culturali e sociali, diremmo una grossa inesattezza: troppe volte, nel corso dei secoli, gli intellettuali si sono ‘adattati’ all’esistente e si sono comodamente sistemati al servizio delle classi al potere, come, ad esempio, i poeti di corte del ‘500 e del ‘600, pronti a tessere le lodi del Principe presso cui erano ospitati e ben attenti a non scrivere nulla che potesse irritarlo, o certi ‘giornalisti’ contemporanei, pronti a dare in pasto al pubblico notizie sostanzialmente insulse, ma utili allo scopo di distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi della società.
Certo, la mancanza di libertà d’espressione ha influito in modo determinante sulla possibilità degli intellettuali d’incidere positivamente sulla società. Nei regimi assolutistici, dove la libertà, di fatto, non esiste, non è davvero facile far circolare nuove idee. Come afferma l’autore del Dialogus de oratoribus, dove non c’è libertà di parola, non può esserci grande eloquenza, né possono esserci grandi oratori, perché il dibattito culturale ha bisogno, per svilupparsi, di libere discussioni, di dialoghi tra culture, di scambio dialettico di idee. E, dove esistono regimi dispotici, tutto questo non può avvenire e chi ha provato ad opporsi a questo stato di cose ha pagato di persona, divenendo martire della libertà: Seneca, Giordano Bruno, Tommaso Moro, Gobetti, Gramsci.
Ma esiste un altro problema. Anche là dove esiste un’apparente democrazia, l’intellettuale spesso trova difficoltà ad affermare le proprie idee, quando queste vanno contro le opinioni correnti, perché la massa, intorpidita dall’abitudine alle verità preconfezionate astutamente coltivate da chi gestisce il potere, guarda con fastidio a quegli intellettuali che hanno il coraggio di analizzare criticamente la realtà e di proporre strade nuove.
Quando, nella tragedia Medea, Euripide fa dire alla protagonista che coloro che portano idee nuove e sapienti alla massa vengono considerati, nella migliore delle ipotesi, degli sciocchi perditempo, il poeta non si riferisce solo alla protagonista della tragedia, mal vista dal re di Corinto perché donna colta ed esperta di arti magiche, ma pensa anche a sé stesso e alle notevoli difficoltà incontrate da un intellettuale anticonformista come lui nella Atene democratica del V° secolo a. C. dove l’attaccamento alle tradizioni era ancora forte. Del resto, il compito di un intellettuale diventa molto difficile, quando nel popolo subentra la stanchezza verso la politica e prevale il ripiegamento nel privato. Infatti, affinché l’intellettuale possa intervenire in modo dinamico sulla realtà, occorre che ci sia non solo libertà di parola, ma anche libertà ‘di ascolto’, intesa come possibilità di libera scelta di valori da parte della comunità. Tuttavia, ieri come oggi, quando prevalgono nel popolo i condizionamenti di una communis opinio che addita come unici obiettivi della vita il successo, il denaro, il potere e il piacere, allora l’intero sistema sociale non individua altro scopo se non quello di perpetuare sé stesso e i suoi privilegi di classe (o di casta, come si dice oggi). In un contesto simile, l’intellettuale, quello vero, viene respinto come un corpo alieno, perché la sua testimonianza, la sua ricerca faticosa di una prospettiva sociale e culturale nuova risulta scomoda per il Potere e per la massa, sia pure per ragioni diverse. Il sapere critico promuove il progresso, che rappresenta la possibilità di un mutamento; esso è naturalmente un rischio, ma anche una necessità storica.
Ed arriviamo così al titolo di questo post, dedicato alle famose Idi di marzo del 44 a. C. , quando un gruppo di congiurati uccise Cesare a tradimento: uno sciocco manipolo di reazionari, che sognavano, a suon di pugnalate, di ripristinare il vecchio stato oligarchico repubblicano, unitamente agli sfacciati privilegi di cui godeva la vecchia classe aristocratica senatoria romana, il cui potere Cesare, grande uomo politico e grande intellettuale, aveva iniziato a corrodere dall’interno. E  ogni volta che le forze più conservatrici, in contesti diversi, hanno usato la violenza per impedire il cambiamento, le Idi di marzo si sono ripetute più volte con vittime diverse, ma tutte accomunate dal sogno di offrire una speranza di rinnovamento: Gandhi, Martin Luther King, Itzaac Rabin. Come i bravi reazionari di ogni epoca, i cesaricidi si illudevano di fermare la Storia con la violenza, ma, come i bravi reazionari di ogni epoca, fallirono. 

Ferdinando G. Rotolo (febbraio 2013)

martedì 26 febbraio 2013

Vincitori e vinti


Bene, cari amici, dopo la ‘tempesta’ elettorale di questi giorni, che ha lasciato sul campo vari feriti e molte macerie, proviamo a fare qualche riflessione, sia pure ‘col senno del poi’, su quanto è accaduto, con particolare riguardo a quel vero e proprio paese delle meraviglie che è, oggi, il Partito Democratico, altrimenti noto come PD (ognuno usi le lettere come acronimo di ciò che preferisce…), che, dato per stra-vincente alla vigilia, si ritrova con una vittoria risicata alla Camera (rafforzata solo dal premio di maggioranza) e con una situazione di caos al Senato (dove la maggioranza semplicemente non esiste) grazie ad una brillante leadership che nell’ultimo anno ha imbroccato una serie incredibile di cantonate.
Guardando agli avvenimenti dell’ultimo periodo, da elettore di area progressista, potrei fare in sintesi le seguenti riflessioni:
  1. Sbagliato è stato, da parte del PD, in occasione delle dimissioni, più o meno spontanee, di Zio Silvio, non chiedere che si andasse subito alle elezioni, quando il PDL (altro acronimo a piacere…), privato della guida del Capo, era politicamente moribondo e lacerato da lotte intestine palesi e occulte.
  2. Sbagliato è stato, da parte del PD, accettare di fare da stampella al governo ‘tecnico’ che ha guidato il paese per un anno con una politica fatta di tagli, sacrifici e tasse. Per carità, si trattava di provvedimenti magari necessari, ma il problema è che un cittadino accetta di fare sacrifici, anche dolorosi, quando in cambio una classe politica sia in grado di offrirgli una prospettiva di sviluppo. In realtà, i cittadini hanno percepito duramente sulla propria pelle il peso degli uni, ma non hanno visto neppure l’ombra dell’altra, col risultato di nutrire una sempre maggiore antipatia per il governo dei ‘professoroni’ e. per la proprietà transitiva, anche per chi non solo lo ha fedelmente sostenuto, ma anche ingenuamente cercato, in campagna elettorale, di lanciare ‘ponti’ verso la lista Monti, che, non a caso, è stata poi, sostanzialmente, bocciata dagli elettori.
  3. Sbagliato è stato, da parte del PD, sottovalutare le capacità di ripresa di Zio Silvio, che ha condotto una campagna elettorale magistrale, dissociandosi completamente dalle scelte di Monti, che pure aveva sostenuto, e venendo così incontro agli umori della ‘pancia’ dell’elettorato, grazie anche alla proposta ad effetto sull’IMU. Si ha un bel dire che essa era una trovata pubblicitaria, come sostenuto dai genietti del vertice PD, ma il problema è che l’elettore ha ricevuto una proposta ‘forte’ comunque legata a temi concreti, mentre dall’altra parte il PD, anziché elaborare un’offerta alternativa legata sempre alla vita quotidiana dei cittadini, ha solo sparato a zero sulla proposta, accusandola di demagogia, ma non ha saputo offrire in alternativa un bel nulla, e, tra la propaganda e il nulla, il popolo di solito non sceglie il nulla…
  4. E, soprattutto, sbagliato è stato, da parte del PD sottovalutare, o meglio, non aver capito affatto la forza dirompente del Movimento 5 Stelle, che ha saputo canalizzare la fortissima richiesta di radicale rinnovamento della società e della politica che sale dall’opinione pubblica, nauseata da una classe politica inefficiente, arrogante e corrotta. Anche sui temi che stanno a cuore al movimento, cioè la riduzione dei costi della politica, l’esosità del fisco, gli sprechi di denaro pubblico, i conflitti d’interesse, le tecnologie ‘verdi’, il PD ha dimostrato di essere timido ed impacciato, col risultato che il M5S ha pescato parecchi voti anche a sinistra. Qualche anno fa il buon Fassino ironizzava con una certa sufficienza su Grillo e sul suo movimento… chissà se oggi avrebbe il coraggio di fare la stessa ironia!
Come vedete, amici, i risultati elettorali sono stati un vero e proprio terremoto, con un  parlamento paralizzato ed una situazione assolutamente confusa. E adesso, cosa s’inventeranno i maestri di strategia del PD per uscire dal vicolo cieco? Avranno il coraggio di cercare un accordo, magari su pochi punti fondamentali, con il M5S ? Cercheranno un accordo con il PDL, col rischio di un quasi certo suicidio politico? Per ora è difficile fare previsioni, ma come diceva Mao, “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente!”

Ferdinando G. Rotolo (febbraio 2013)

giovedì 27 dicembre 2012

Un anno che finisce

Gli antichi dicevano: "anno bisesto, anno funesto". Beh, non so se avessero ragione, certo questo 2012 se ne va portando con sé un senso di incompiutezza dovuto a parecchi 'lavori in corso;' non portati a compimento: poco male, direbbe uno straniero, prima o poi i traguardi saranno raggiunti. Ma noi italici sappiamo che nel nostro stravagante paese nulla è così definitivo come ciò che apparentemente è provvisorio, dunque c'è poco da stare allegri.
Vorrei ora riepilogare alcune delle cose che in questo anno, ormai moribondo, non mi sono piaciute affatto:

  1. A livello di organizzazione statale, abbiamo assistito ad una nuova burocratizzazione dei meccanismi decisionali, come se i processi riformatori potessero essere codificati fin nelle minuzie e come se i politici non sapessero che il voler fare tutto formalmente perfetto si traduce spesso nel non far proprio un bel nulla; inoltre, dopo aver bandito il vituperato centralismo statale, abbiamo assistito allla nascita di un neo-centralismo regionale non meno deleterio del primo, che, ad esempio, ha recato una gran confusione nella gestione del sistema scolastico;
  2. A livello politico, abbiamo assistito alla ingloriosa ritirata di un'intera classe politica, costretta dalle pressioni internazionali a lasciare il posto ad un governo 'tecnico', la cui assunzione di potere ha rappresentato, al di là delle chiacchiere, la certificazione del sostanziale fallimento della classe politica della cosiddetta 'seconda repubblica', che, quanto a inefficienza e corruzione, ha dimostrato di avere ben poco da invidiare a quella della 'prima';
  3. A livello economico, abbiamo assistito ad una crisi davvero pesante, che ha eroso ricchezza e consumi, soprattutto nella classe media, come dimostrato, ad esempio, dai nefasti dati del mercato dell'auto nel 2012, tornato tristemente in Italia quasi ai livelli degli anni '70 in un paese come il nostro, che faceva del settore dell'auto uno dei suoi vanti;
  4. A livello culturale... beh, che dire di un paese in cui i pregiudizi misogeni sono duri a scomparire, in cui si legge sempre meno, in cui gli studenti  delle scuole superiori si collocano nei posti di retroguardia nelle classifiche internazionali, in cui fare ricerca è un'utopia, in cui librerie e teatri fanno fatica a sopravvivere, mentre fioccano come funghi sul territorio paninoteche e anonimi mega-centri commerciali?
Insomma, i motivi di fiducia e speranza nel futuro non mancano di certo! Speriamo che il 2013, ora che le catastrofiche profezie dei Maya purtroppo sono state smentite,  ci porti qualche positiva novità, anche se, a dire la verità, ho imparato per esperienza, come il passeggiere dell'Operetta Morale di Leopardi, a non guardare con troppo ottimismo all'anno nuovo che arriva!

Ferdinando Giuseppe Rotolo (dicembre 2012)

mercoledì 26 dicembre 2012

Il tempo per leggere

Riflettendo sui dati Nielsen sulla lettura in Italia nel 2012, che evidenziano un calo delle vendite di libri (-7% circa in valore), dopo un 2011 che già era stato un anno negativo (-3,5% in valore), mi vengono in mente le parole che Daniel Pennac ha scritto in Come un romanzo, pubblicato in Italia nel lontano 1993; in quel contesto, Pennac affrontava il tema della volontà di trovare il tempo per leggere, in un mondo frenetico e caotico come il nostro, dove l'essere umano è assillato da mille doveri che sembrano quasi snaturarlo e togliergli il tempo per dedicarsi un po' a sé stesso. Del resto anche i media non fanno molto per invogliare i giovani a riscoprire il piacere della lettura, salvo bombardarli con la pubblicità dello 'straordinario' best-seller del momento, da consumare caldo come un arancino, prima che si raffreddi e finisca cestinato nel dimenticatoio! E se cominciassimo a capire che la lettura è un modo per dilatare il tempo per vivere e per ritrovare noi stessi lontano dal baccano della società e dei media? E se comprendessimo finalmente che la lettura è un modo di essere che poco ha a che vedere col tempo sociale? Rileggiamo insieme le parole significative di Pennac:

Sì, ma a quale dei miei impegni rubare quest’ora di lettura quotidiana? Agli amici? Alla tivù? Agli spostamenti? Alle serate in famiglia? Ai compiti?
Dove trovare il tempo per leggere?
Grave problema.
Che non esiste.
Nel momento in cui mi pongo il problema del tempo per leggere, vuol dire che quel che manca è la voglia. Poiché, a ben vedere, nessuno ha mai tempo per leggere. Né i piccoli, né gli adolescenti, né i grandi. La vita è un perenne ostacolo alla lettura.
“Leggere? Vorrei tanto, ma il lavoro, i bambini, la casa, non ho più tempo…”
“Come la invidio, lei, che ha tempo per leggere!”
E perché questa donna, che lavora, fa la spesa, si occupa dei bambini, guida la macchina, ama tre uomini, frequenta il dentista, trasloca la settimana prossima, trova tempo per leggere e quel casto scapolo che vive di rendita, no?
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
È forse questa la ragione per cui la metropolitana - assennato simbolo del suddetto dovere - finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare?
Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva.
La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere.
La questione non è di sapere se ho o non ho tempo per leggere (tempo che nessuno, d’altronde, mi darà), ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore.

Il tempo della lettura, come il tempo dell'amore, è un tempo rubato alla società e regalato a noi stessi, affinché proviamo la gioia di un momento ludico e dis-interessato, svincolato da interessi pratici o materiali.
Appunto, rinunciare alla gioia di essere lettore equivale a rinunciare a vivere un momento straordinario, quello della lettura, in cui usciamo dalla routine quotidiana e ci proiettiamo in una dimensione dilatata nello spazio e nel tempo, nella quale per un attimo proiettiamo un raggio d'infinito sulla nostra vita. Non è una scelta triste, ragazzi?

Ferdinando G. Rotolo (dicembre 2012)

venerdì 16 novembre 2012

Le 50 sfumature del nulla.

Talora accade nel mondo dell’editoria che un romanzo, magari scritto da un autore fino a quel momento perfettamente sconosciuto, diventi improvvisamente un best seller. Questo è ciò che è accaduto al romanzo 50 sfumature di grigio, della scrittrice britannica E. L. James, primo capitolo di una specie di trilogia erotica che comprende altre sfumature di altri colori… Un momento, direte voi: la stessa cosa accadde anche alla mitica J. K. Rowling, la quale, prima di scrivere il primo capitolo della saga potteriana, era anch’ella sconosciutissima ai più! Vero, però il caso è un po’ diverso, come vedremo.

Dunque, i protagonisti di questo romanzo sono due personaggi che più stravaganti non potrebbero essere: lei, Anastasia, giovane e ingenua ragazza, che sogna di lavorare nell’editoria, assolutamente ignara delle cose del sesso; lui, Mr. Gray, ricchissimo, bellissimo, potentissimo e misteriosissimo. Lei, che non ha mai avuto una relazione, nemmeno semiseria, con un ragazzo, si innamora follemente di questo tizio appena conosciuto per caso, fino al punto di accettare dei rapporti ‘particolari’ imposti da lui con tanto di contratto, assumendo il ruolo sessuale della 'sottomessa' o della schiava, mentre lui recita quello del ‘padrone’; lui, che, nella posizione sociale in cui si trova, potrebbe avere decine di donne a sua disposizione h24, perde la testa per questa svampita di Anastasia e vuole a tutti i costi farla ‘sua’. Beh, certamente due personaggi credibilissimi sul piano narrativo…
Naturalmente, nel romanzo abbondano le scene di sesso esplicito, legate al rapporto sado-masochistico che lega la ragazza all’uomo ed è probabile che il successo del libro sia anche dovuto alla sua innegabile capacità di ‘solleticare’ gli appetiti pruriginosi di un certo tipo di lettori, ma, come spesso accade nella narrativa, le scene di questo tipo, se iterate eccessivamente, finiscono per annoiare per la loro vuota ripetitività. Il resto appare come un tentativo di scrivere una storia ‘romantica’ in chiave diversa dal solito, ma con uno stile che appare, alla fine, piatto. E qui si misura la distanza dalla J. K. di cui sopra. La Rowling ha creato un mondo narrativo che può piacere o non piacere, però è una che sa scrivere sul serio e che ha saputo creare personaggi, tutto sommato, coerenti col suo mondo narrativo inventato, personaggi che si sono evoluti nel corso della saga, come si è evoluto il suo pubblico di lettori.
Invece la James crea due personaggi che non sfuggono dalla scatola di 'tipi' in cui sono ingabbiati (il padrone esperto e la schiava ingenua) e peraltro non sono nemmeno particolarmente coerenti, considerando che, tra un impetuoso orgasmo e l’altro, lei, una tontarella in stile twilight, sogna di lavorare nel mondo dei libri e lui, mentre vola sul suo jet privato, da miliardario filantropo alla Gates, si preoccupa del grave problema della fame nel mondo! Sarebbe stato meglio fare di lei una subdola arrampicatrice sociale e di lui un cinico sciupafemmine, almeno sarebbero stati due personaggi meno ipocriti.
Comunque, grazie anche alla martellante propaganda del marketing, il libro ha riscosso grande successo con milioni di copie vendute e grande soddisfazione per il conto bancario della James, che certamente sarà rimpinguato anche dall’immancabile sequel cinematografico. Forse, in un mondo in cui esprimere sentimenti autentici sembra essere un’impresa titanica, qualche lettrice, a caccia di emozioni forti come antidoto alla monotonia, avrà gradito un testo che propone uno schema di coppia ‘fuori dal comune’, mentre qualche lettore, per compensare le proprie frustrazioni quotidiane, si sarà volentieri immedesimato nel ruolo dell’onnipotente ed enigmatico Mr. Gray.
Tuttavia, la letteratura inglese ci ha dato ben altri esempi di romanzi in cui la passione travolgente e l’eros diventano potente strumento conoscitivo di autoconsapevolezza dei personaggi nel rapporto con sé stessi e con gli altri, da Cime tempestose a L’amante di lady Chatterley, ma si tratta di opere che appartengono ad un’altra galassia letteraria!
Per noi italiani, dinanzi a certi improvvisi successi editoriali, rimane una certa dose di tristezza nel pensare che, ad esempio, Tomasi di Lampedusa morì con il dispiacere di non aver trovato uno straccio di editore che pubblicasse il suo Gattopardo.

 Ferdinando Giuseppe Rotolo (novembre 2012)

mercoledì 24 ottobre 2012

Contro tutte le guerre...

Nel lontano 1914, allo scoppio della prima Guerra Mondiale, il grande poeta Trilussa compose una bellissima, ironica e amara poesia in romanesco, per denunciare la sorda ipocrisia delle grandi potenze imperialiste d'Europa, che si preparavano a dare inizio ad un'inutile strage, per poi speculare, nel dopoguerra, sul redditizio business della ricostruzione delle città distrutte dal conflitto.
Nel testo della poesia, intitolata Ninna nanna della guerra, Trilussa denuncia gli elementi tipici di tutte le guerre: i pretesti più assurdi e fantasiosi con cui le potenze cercano di dar vita ai conflitti, il dolore ed i lutti che tali conflitti portano alla gente comune, la grande faccia tosta con cui le stesse potenze che hanno voluto i conflitti speculano sulla 'ricostruzione' delle città ferite dai conflitti, magari con il condimento di bei discorsi retorici su pace e lavoro, con cui i potenti di turno cercano di abbindolare le masse, le quali, peraltro, da parte loro, spesso sono ben liete di farsi abbindolare.
Rileggendo, a distanza di tanti decenni, questa poesia, non si può non riconoscere con tristezza che Trilussa aveva colto nel segno e che le cose che egli affermava allora restano, purtroppo, valide ancora oggi: cambiano gli scenari e i nomi dei protagonisti, ma il copione della recita, scritto sempre dai potenti di turno, non è cambiato poi molto: i potenti della terra, nei loro vacui deliri di onnipotenza, prima fanno soffrire terribilmente le popolazioni civili con guerre motivate con i pretesti più fantasiosi; poi, scambiandosi tra loro sorrisi ed inchini, incassano lucrosi guadagni con le ricostruzioni post-belliche. E i popoli? Rimangono spesso passivi, aspettando che i conflitti finiscano, o meglio, che qualcuno, nel buio  di qualche stanza segreta, decida che debbano finire; così possono finalmente festeggiare la ritrovata pace... in attesa della guerra successiva!

Ninna Nanna della guerra (1914)
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
 
 Ferdinando G. Rotolo (ottobre 2012)

giovedì 2 agosto 2012

Il viaggio


Finalmente arrivano le ferie, dopo un anno di fatiche e di ansie. Desiderate e sognate tutto l'anno, passano poi velocemente, come un soffio di vento. Queste saranno le prime vacanze senza papà, per il quale in una notte di ottobre è giunta l'ora di prendere le ferie definitive da una vita piena di sacrifici, ma impreziosita anche da belle soddisfazioni; ma il ciclo delle stagioni va avanti e, come diceva qualcuno, fata volentes ducunt, nolentes trahunt. In questo momento dell'anno ho voluto buttare giù due parole, per salutare tutti i lettori e ringraziarli per l'attenzione dimostratami durante l'anno: riflessioni ad alta voce sul perpetuo nostro correre avanti ed indietro tra i marosi della vita, alla ricerca della felicità impossibile.
 
E arriva, alla fine, anche il momento della vacanza.
L’ora del riposo da dedicare a sé stessi.
L’ora del fare e disfare, senza un perché, mille e più cose,
senza obblighi, senza orari, senza limiti.

L’ora in cui decidiamo finalmente di volerci bene,
dicendo SI a quei dolci momenti di relax,
cui durante il resto dell’anno diciamo NO
con malinconia, con rabbia, con rassegnazione.

E in questo momento gustiamo nel cuore
il piacere della libertà, di muoversi verso spazi nuovi,
lontano dai sentieri consumati già più e più volte
come una filastrocca a rime sempre uguali.

Ognuno viaggia alla ricerca di qualcosa:
tesori, affetti, serenità, avventura, memoria.
E in estate i viaggiatori si moltiplicano,
come piccoli eserciti di formiche con valigia
nelle piazze, nelle stazioni, negli aeroporti.

Ma il viaggio più affascinante per l’uomo, non solo d’estate,
è anche quello più insidioso, più arduo, più impegnativo:
il viaggio perenne alla scoperta di sé stessi,
senza biglietto, senza percorso prefissato, senza soste prestabilite.
Un viaggio che può riservare grandi sorprese, dolci o amare…
Non importa se non raggiungeremo la meta: forse,
il senso del viaggio non sta nel traguardo da raggiungere,
ma nel percorso compiuto.

Buon viaggio a tutti!

Ferdinando G. Rotolo (agosto 2012)