giovedì 25 dicembre 2014

Natale tutto l'anno?

Anche quest'anno è arrivato il Natale. Per celebrare questa festa, anni or sonoil poeta Guido Gozzano compose una celebre poesia, nella quale, col suo solito leggero umorismo, celebrava, a modo suo, la nascita del Messia atteso dal popolo d'Israele. Anche oggi può essere interessante rileggere questa filastrocca, solo apparentemente leggera e composta per i bambini; infatti, anche attraverso l'ironia garbata e sottile, spesso è possibile comunicare al pubblico cose molto serie e tutt'altro che superficiali.
In mezzo alle tenebre di un mondo sempre più imbarbarito dall'individualismo esasperato e dall'edonismo ottuso che mirano, più o meno occultamente, ad eliminare la dimensione spirituale dell'essere umano, la Sacra Famiglia, nella quale si respirava ogni giorno l'Amore vero, quello che nasce dalla purezza genuina del cuore e non si fa ingannare né dalle astute lusinghe del male né dagli sciocchi pregiudizi degli uomini, aiuti anche oggi tutti noi a seguire sempre la strada giusta, per portare, non solo a Natale, ma durante tutto l'anno, la Luce del Bene nella nostra vita quotidiana ed essere sempre testimoni di una Speranza che va ben al di là dei preconfezionati e, in fondo, falsi paradisi artificiali offerti in questi giorni dalle scintillanti vetrine dei negozi che illuminano le nostre confuse e aride città.

La Notte Santa (di Guido Gozzano)
Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.
Il campanile scocca lentamente le sei.
- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio? Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe
Il campanile scocca lentamente le sette.
- Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi: Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.
Il campanile scocca lentamente le otto.
- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.
Il campanile scocca lentamente le nove.
Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella! Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella. Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...
Il campanile scocca lentamente le dieci.
Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname? Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell'alta e bassa gente.
Il campanile scocca le undici lentamente.
La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due? - Che freddo! - Siamo a sosta
- Ma quanta neve, quanta! Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...
Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.
È nato! Alleluja! Alleluja! È nato il Sovrano Bambino. La notte, che già fu sì buia, risplende d'un astro divino. Orsù, cornamuse, più gaie suonate; squillate, campane! Venite, pastori e massaie, o genti vicine e lontane! Non sete, non molli tappeti, ma, come nei libri hanno detto da quattro mill'anni i Profeti, un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese quest'ora su tutte le ore. È nato! È nato il Signore! È nato nel nostro paese! Risplende d'un astro divino La notte che già fu sì buia. È nato il Sovrano Bambino. È nato! Alleluja! Alleluja!

Ferdinando G. Rotolo (dicembre 2014)

domenica 19 ottobre 2014

L'inganno del relativismo culturale.

 Nel mondo globalizzato di oggi, uno dei principi che maggiormente oggi vengono predicati attraverso i media, pare con discreto successo, è quello del cosiddetto ‘relativismo culturale’; secondo tale principio, non esisterebbero valori assoluti, in quanto ogni civiltà, nel corso del suo sviluppo storico, arriva ad elaborare una propria ‘visione’ del mondo, con una propria gerarchia di valori, che ha la stessa validità delle ‘visioni’ elaborate da altre civiltà in altri tempi e luoghi.
Dunque, i modelli culturali elaborati da una civiltà non devono necessariamente essere ‘migliori’ di quelli elaborati da un’altra civiltà, perché ognuna di esse elabora i propri principi, valori, credenze, idee e sulla base di essi si struttura in un determinato contesto storico. Pertanto, bisognerebbe educare alla diversità, all’alterità, perché le differenze tra individui sono prevalenti rispetto ai tratti comuni e non esistono valori universali assoluti che prescindano dalle diverse culture storicamente formatesi.
Ora, tutto questo sembra apparentemente molto democratico e progressista, specie se confrontato con le tendenze assunte in passato della cultura occidentale, che ai tempi del colonialismo anglosassone e ispanico forniva una giustificazione ideologica al bieco imperialismo coloniale attraverso la favoletta della missione di recare la ‘civiltà’ ai ‘selvaggi’ dell’America o dell’Africa. Tuttavia il modello culturale del relativismo, tanto oggi pubblicizzato dai media, in fondo cosi tanto democratico e progressista poi non è.
Se infatti ogni civiltà elabora in proprio una sua cultura, sulla base della quale struttura i suoi valori, che necessariamente sono differenti da quelli di altre culture, non solo sul piano quantitativo, ma anche su quello qualitativo, come potranno queste culture dialogare tra loro?
Se, come affermava Oswald Spengler nella sua famosissima opera Der Untergang des Abendlandes (1923), una umanità con caratteri comuni esiste solo a livello elementare, zoologico, mentre a livello storico essa non esiste, ma cede il passo a gruppi umani qualitativamente distinti in base a fattori esclusivamente culturali, indipendenti e separati tra loro, come organismi autonomi dotati di valori differenti, come potranno mai questi organismi instaurare rapporti positivi tra loro?
In realtà, una volta affermato il principio che non esiste una umanità spirituale universale che si pone al di sopra delle pur innegabili differenze storico-culturali, ideale caro a Kant, filosofo non a caso aspramente contestato da Spengler, ma si sostiene che i valori hanno senso e significato solo all’interno di una determinata civiltà, allora il rischio è che ogni civiltà eriga delle barriere insormontabili rispetto alle altre, determinando una sorta di ‘terra di nessuno’ tra le culture, in cui prevalgono l'incomunicabilità, la diffidenza, se non l’aperta ostilità distruttiva.
Così, ad esempio, dopo la fine della guerra fredda ed il crollo dell'URSS, proprio mentre le etnie locali, per decenni oppresse e annullate sotto la cappa asfissiante del comunismo realizzato, trovavano finalmente lo spazio e l'occasione di affermare dinanzi al resto del mondo la propria identità e la propria cultura, abbiamo assistito al fiorire nell'est europeo di esasperate spinte nazionalistiche, che hanno dato vita a conflitti anche aspri: nella ex-Jugoslavia, nel Caucaso, nelle repubbliche baltiche, nell'Ucraina. Si è così realizzata la profezia della storiografa Marie Helene d'Encausse, che nel 1981 nel suo saggio Decline of an Empire, aveva previsto che l'impero sovietico, a lungo andare, sarebbe stato prima corroso e poi distrutto dai nazionalismi interni.
Ecco allora che oggi si palesa il rischio che il relativismo culturale, nato con l’intento di combattere l’etnocentrismo, finisca, paradossalmente, per dargli cospicuo alimento, giustificando chiusure e conflitti tra i popoli. Come affermava il popperiano Ian Jarvie nel suo Rationalism and relativism (1983), dietro la facciata del relativismo non è difficile intravedere il fantasma del nichilismo e quello di una umanità spezzettata, frantumata in tante unità differenziate e incomunicabili, ognuna delle quali appare intenta a difendere la 'bandierina 'dei propri valori, che, all’interno della singola comunità appaiono assoluti e indiscutibili: da qui al conflitto tra culture e, magari, tra i popoli, purtroppo, il passo è piuttosto breve.

Ferdinando G. Rotolo (ottobre 2014)

lunedì 8 settembre 2014

Perché si scrive?


Perché si scrive? Perché tante persone hanno voglia di mettere per iscritto su carta, su un libro, sul PC, su un blog, su un ebook, pensieri, emozioni, riflessioni di piccola o grande rilevanza?
Ci si cimenta nel misterioso 'gioco' della scrittura  creativa  per svariati motivi.
Si scrive, per ‘pensare a voce alta’, unendo il duplice piacere di parlare a sé stessi e agli altri;
si scrive, per provare l’emozione di partire per un viaggio, lungo o breve, pur restando sempre fermi nello stesso posto;
si scrive, per provare il piacere di maneggiare la lingua nelle sue varie sfumature, sempre meno apprezzate dal linguaggio massificato, appiattito e scialbo, dei media;
si scrive, per tentare di alleggerire con le parole la pesantezza opprimente del vivere quotidiano, spesso troppo grigio e avaro di gratificazioni;
si scrive, per dare alla luce una creatura che, una volta nata, non appartiene più soltanto al suo autore, ma anche e soprattutto ai lettori;
si scrive, per non rinunciare mai alla ricerca, forse vana, ma pur sempre affascinante, di un Ordine superiore che si celi dietro l’apparente caos della vita;
si scrive, per sognare di costruire, almeno con le parole, nei sentieri della fantasia, un mondo diverso, in cui il denaro non sia l’esclusivo e definitivo parametro su cui misurare il valore della persona.
Scrivono tutti, professionisti acclamati e dilettanti sconosciuti (‘coloro che provano diletto’), ed è giusto che sia così: la lingua, la cultura, il sapere, non dovrebbero essere patrimonio esclusivo di una ristretta cerchia di ‘eletti’.
Così, quando il tempo lo consente, anche a me capita di sperimentare il 'gioco' della scrittura e la cosa mi reca, appunto, piacevole 'diletto', quello stesso che spero di recare anche ai miei lettori.
A presto.

Ferdinando G. Rotolo (settembre 2014)

venerdì 28 marzo 2014

Onestà e politica...

Il titolo di questo post sembra oggi quasi un ossimoro: come si fa a mettere insieme onestà e politica? Come si fa a spiegare ai giovani, senza che essi inizino a ridere di gusto, che la politica può anche essere onesta? Come si fa a infondere nei giovani la fiducia nella possibilità che, attraverso l'impegno politico, si possa lottare per migliorare realmente le cose? 
Forse il vero problema è la motivazione che si cela dietro l'impegno politico. Fino agli anni '80 esistevano ancora le ideologie, che avevano la pretesa di spiegare tutti gli aspetti della realtà, anche quella personale dell'individuo; poi, finita la contrapposizione est-ovest, abbiamo felicemente abbandonato la dittatura delle ideologie, ma  poi, in tutti questi anni, l'abbiamo sostituita con il nulla assoluto! Così,  scomparso ormai il concetto di 'bene comune', la politica, completamente svuotata di ideali e di principi, è divenuta niente più che un mestiere, un modo come un altro per far carriera e arricchirsi ad ogni costo, con le conseguenze nefaste che vediamo con i nostri occhi ogni giorno: corruttori e corrotti che proliferano a tutti i livelli della politica, politici incapaci di qualunque seria scelta di politica economica e sociale,  ripetute zuffe furibonde in parlamento su problemi insignificanti, protagonisti improvvisati prestati alla politica direttamente dal mondo dei reality show della TV, candidati che transitano con estrema disinvoltura da un partito all'altro ad ogni elezione, e così via.
Naturalmente, tutto ciò non può che ingenerare sfiducia nei cittadini, come dimostrano le percentuali di affluenza alle urne degli elettori, sempre più basse e sempre più indicative di una nausea diffusa in tutte le classi sociali nei confronti dell'indecente spettacolo offerto dalla politica attuale, lontana anni luce dai problemi veri della gente comune.
Il quadro offerto dalla politica oggi è davvero desolante e alla luce di esso suonano ancor più gravemente ammonitrici le parole di un latino che di politica se ne intendeva bene, Cicerone:

Coloro che sono destinati a tenere le redini dello Stato, tengano bene a mente due precetti di Platone: per prima cosa, curino gli interessi dei cittadini in modo da indirizzare tutte le proprie azioni a loro, dimentichi dell'interesse personale; per seconda cosa, si prendano cura dell'intero organismo statale, in modo da non trascurare le altre parti, mentre ne tutelano qualcuna.
Come infatti la tutela, così la gestione dell Stato deve essere diretta all'utilità delle persone che sono state affidate, non di quelle a cui fu affidata.

Credo si tratti di parole così solenni e ricche di valore etico, che, nel deserto morale di oggi, non necessitano di alcun commento.

Ferdinando G. Rotolo (Marzo 2014)

sabato 15 febbraio 2014

La regola del tricheco


Tempo fa, il governo canadese autorizzò gli Inuit a cacciare un certo numero di trichechi, come esenzione culturale rispetto a una regola generale che imponeva il divieto. Poiché il tricheco era, però, anche sulle liste dei cacciatori più spregiudicati, un giorno gli Inuit proposero al governo di cedere, dietro compenso, il diritto di sparo ai cacciatori non Inuit, tenendo comunque per sé una parte della carne e della pelle degli animali uccisi.
Il governo canadese accettò di buon grado. In fondo, da tutta la faccenda sembravano guadagnarci tutti: gli Inuit ricavavano denaro, i cacciatori ottenevano una preda, al governo canadese poco importava che i trichechi fossero uccisi da tizio o da caio, mentre i trichechi comunque sarebbero stati uccisi dagli uni o dagli altri. Tutto regolare… o forse no.
A parte la stupidità della pratica della caccia ad un esemplare animale che può essere cacciato senza alcun rischio e senza alcun senso della sfida (mica è una tigre o un leone…), un conto è accordare un riconoscimento ‘culturale’ ad una pratica, condivisibile o meno, ma che, comunque, affonda le sue radici nella cultura di un popolo, ben altra cosa è trasformare quella pratica in un affare per far soldi, perché questo svilisce anche il residuo valore ‘culturale’ di quella pratica.
Questo esempio un po’ esotico può servire per chiedersi oggi quale sia il reale valore del denaro, non inteso ovviamente nel senso di strumento di scambio commerciale, ma nel senso di metro unico di paragone su cui misurare ogni cosa: abitudini, credenze, valori.
Nella moderna società di massa si fa fatica ad individuare dei valori condivisi, data l’estrema frammentazione culturale, sociale e morale della società, nella quale ognuno costruisce il suo ‘fortino’ di credenze e opinioni, sempre meno disposto a discuterne con gli altri. Ecco allora che sembra emergere con forza la facile tentazione di ‘esternalizzare’ le questioni morali, affidandole al mercato, nella sciocca illusione che esso sia uno strumento neutro, che distribuisce beni secondo le reali preferenze ed esigenze delle persone.
In realtà, il mercato oggi è diretto dalle potenti elites internazionali del capitalismo e dell’alta finanza che, alla fine della fiera, dettano le agende ai governi e prendono decisioni di politica economica che passano ben al di sopra delle teste degli ignari cittadini (o meglio, consumatori); inoltre, anche le scelte dei consumatori sono spesso eterodirette dalla propaganda dei mass-media, anch’essi strumenti tutt’altro che neutri, capaci d’indirizzare sottobanco i gusti delle persone senza neppure che queste ne siano pienamente consapevoli.
In sostanza, il mercato non è affatto uno strumento neutrale e non può indicarci cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se accettassimo questa teoria, allora dovremmo concludere che la compravendita di una casa, di un’auto, di un rene, così come l’affitto di una mansarda o di un utero siano moralmente equivalenti, una volta accettata l’idea che tutto possa ricadere sotto le leggi di mercato. Ma sarà davvero piacevole vivere in una società costruita su simili presupposti, nella quale, naturalmente, chi possiederà più quattrini potrà permettersi tutto, anche al di là dei paletti morali? E sarà davvero democratica una società del genere, nella quale i cittadini, narcotizzati dalla fiducia fideistica nelle capacità miracolose del mercato di dare a ciascuno il suo, perderanno progressivamente l’abitudine alle discussioni libere e aperte sui valori che dovrebbero stare alla base di una comunità?
Credo proprio di no.

Ferdinando Giuseppe Rotolo (febbraio 2014)

lunedì 13 maggio 2013

La fede, la scienza.


La narrativa pirandelliana rappresenta certamente uno dei vertici più alti della letteratura italiana; in particolare, la raccolta delle Novelle per un anno, costituisce un inesauribile scrigno di risorse per tutti coloro che amano la buona lettura e vogliono godersi un italiano letterario fluente e ben ordinato, ben lontano dalle scritture d’avanguardia che pullularono nel dopoguerra.
Alcune delle novelle contenute nella raccolta, come La carriola, La patente, Tutto per bene, sono notissime al grande pubblico; tuttavia, stavolta vorremmo soffermarci su una novella meno nota, eppure a suo modo significativa, Il vecchio Dio.
In questa novella il protagonista è un uomo anziano che in estate passa il proprio tempo visitando le chiese di Roma. L’autore si preoccupa di sottolineare la semplicità della religiosità del protagonista, il signor Aurelio, grazie alla quale aveva potuto sopportare le tempeste e le delusioni della vita, sicuro che il buon Dio lo custodisse e alla fine lo avrebbe premiato per la sua purezza del cuore.
Ecco dunque che un giorno il sig. Aurelio si reca a visitare una chiesa e dopo aver esaminato le opere d’arte in essa contenute, si assopisce e prende sonno; a quel punto, gli appare in sogno Dio stesso, che quasi si confida con lui e si lamenta! Il buon Dio, nelle sembianze di un malinconico vecchietto barbuto, gli dice che gli uomini hanno smarrito la semplicità di un tempo, perché ora la scienza pretende di dare una spiegazione a tutto e dunque l’uomo di oggi, tecnologicamente avanzato e privato delle sue paure ancestrali, ha capito, finalmente, di non aver più bisogno di Dio:

Mali tempi, figlio mio! Vedi come mi son ridotto? Sto qui a guardia delle panche. Di tanto in tanto, qualche forestiere. Ma non entra mica per Me, sai! Viene a visitar gli affreschi antichi e i monumenti; monterebbe anche su gli altari per veder meglio le immagini dipinte in qualche pala! Mali tempi, figlio mio. Hai sentito? hai letto i libri nuovi? Io, Padre Eterno, non ho fatto nulla: tutto s'è fatto da sé, naturalmente, a poco a poco. Non ho creato Io prima la luce, poi il cielo, poi la terra e tutto il resto, come ti avevano insegnato ne' tuoi gracili anni. Che! che! Non c'entro piú per nulla Io.
Le nebulose, capisci? la materia cosmica... E tutto s'è fatto da sé. Ti faccio ridere: uno c'è stato finanche, un certo scienziato, il quale ha avuto il coraggio di proclamare che, avendo studiato in tutti i sensi il cielo, non vi aveva trovato neppur una minima traccia dell'esistenza mia. Di' un po': te lo immagini questo pover'uomo che, armato del suo canocchiale, s'affannava sul serio a darmi la caccia per i cieli, quando non mi sentiva dentro il suo misero coricino? Ne riderei di cuore, tanto tanto, figliuolo mio, se non vedessi gli uomini far buon viso a siffatte scempiaggini. Ricordo bene quand'Io li tenevo tutti in un sacro terrore, parlando loro con la voce dei venti, dei tuoni e dei terremoti. Ora hanno inventato il parafulmine, capisci? E non mi temono piú; si sono spiegati il fenomeno del vento, della pioggia e ogni altro fenomeno, e non si rivolgono piú a Me per ottenere in grazia qualche cosa.

Insomma, gli uomini, ubriacati dal progresso scientifico e tecnologico, in un delirio di onnipotenza, hanno liquidato il problema di Dio come un non-problema e hanno perso ogni timore reverenziale verso la Divinità, al punto che Dio decide di abbandonare la città e di ritirarsi in campagna, dove ancora sopravvivono le tradizioni e dove la gente è meno smaliziata.

Quali riflessioni suscita in noi questa novella? Certo qui Pirandello, da buon esponente del Decadentismo, prende di mira la scienza; non, ovviamente, quella scienza che vuole limitarsi a risolvere i problemi pratici dell’uomo, ma quella che pretende di dare una spiegazione scientifica di tutto, anche di quegli aspetti della vita che riguardano la morale, la filosofia o la religione. Del resto, leggendo la novella, viene il sospetto che, in fondo, anche gli scienziati che affermano di essere rigorosamente atei, in realtà, nell’interno dei loro laboratori non aspirino che a prendere il posto di Dio, a sentirsi essi stessi Dio, per appagare non tanto la sete di conoscenze, quanto il loro narcisismo smisurato, che, infatti, è stato spesso astutamente sfruttato dai detentori del Potere per spronare gli scienziati a lavorare in funzione delle esigenze della politica.
Ad esempio, mi sono sempre chiesto per quale disinteressato e nobile amore per la conoscenza tanti illustri fisici di varie nazioni, compreso il nostro E. Fermi, abbiano lavorato al Progetto Manhattan, che consentì agli Stati Uniti di allestire la prima bomba atomica…
Contro questa sciocca degenerazione della scienza in scientismo Pirandello lancia la sua umoristica satira (ancora oggi attualissima, se consideriamo gli arditi esperimenti che in nome del ‘progresso’ vengono compiuti oggi con estrema disinvoltura dagli scienziati sulle cellule e persino sui geni dell’uomo), e invita l’uomo moderno ad evitare atteggiamenti ridicoli, come quelli dell’astronomo che, non avendo visto Dio col cannocchiale, afferma con certezza la sua inesistenza: ma, se noi non riusciamo a vedere Dio con il nostro cuore, potremo mai vederlo col cannocchiale?
E dire che Pirandello è stato spesso sbrigativamente catalogato come intellettuale ateo da certa critica…

Ferdinando Giuseppe Rotolo (maggio 2013)

giovedì 2 maggio 2013

Dopo il PD, che cosa?


Bene, cari amici lettori, ora che il PD è meravigliosamente confluito nel governo di larghe intese che ne decreterà, a lungo andare, la fine politica, potremmo approfittarne per porci qualche domanda sul ‘dopo’, ossia su chi o cosa rappresenterà in parlamento quella che un tempo si chiamava ‘sinistra’.  Per fare ciò, però, come il buon Carletto Marx insegnava ai bei tempi, occorrerebbe fare un minimo di analisi; e noi, sommessamente, ci proviamo.
Diciamo la verità: il progetto da cui era nato il PD era tutt’altro che disprezzabile. Esso rappresentava il sogno di creare in Italia un moderno partito di centro-sinistra, riformista, europeista, aperto anche ai movimenti della società civile, ma, al tempo stesso, slegato dalla vecchia cultura politica della sinistra, ormai inutilizzabile.
Ebbene, oggi possiamo dire che quel sogno non si è realizzato, per vari motivi, ma soprattutto perché la sinistra non ha saputo o voluto fare i conti con la sua storia, mantenendo un rapporto ambiguo col suo passato.
In verità, in Italia, nel dopoguerra, la cultura politica socialdemocratica non ha mai avuto larga influenza, in quanto la sinistra era egemonizzata dal più grande partito comunista dell’Europa occidentale, legato politicamente ed economicamente a Mosca; un partito, per intenderci, il cui leader Berlinguer, peraltro politico di gran lunga migliore di quelli attuali, aspettò i fatti di Polonia del 1980 per accorgersi che “la Rivoluzione d’Ottobre ha ormai esaurito la propria spinta propulsiva”…; evidentemente, quando i carri armati russi intervenivano in Ungheria nel 1956 o in Cecoslovacchia nel 1968 egli era ‘distratto’.
I partiti di ispirazione socialista o socialdemocratica hanno sempre rappresentato da noi forze minoritarie nella sinistra, e, del resto, proprio quando la caduta fragorosa del muro di Berlino e del comunismo reale era lì a dimostrare che essi, i tanto vituperati socialisti, avevano avuto ragione sul piano politico e storico, guardacaso arrivò il ciclone ‘tangentopoli’, forse non del tutto endogeno, che li spazzò via nel giro di qualche anno. Ma questa è un’altra storia…
Così, gli ex comunisti si riciclarono rapidamente ed il PCI, divenne prima PDS, poi DS, ma non basta cambiare nome per cambiare cultura politica. Come potevano dirigenti e funzionari, fedeli marxisti da una vita, rinnovarsi in quattro e quattr’otto per divenire riformisti dalla sera alla mattina? Ovviamente, era impossibile, così il PDS-DS si trovava privo di quella cultura politica che gli avrebbe consentito di analizzare i grandi cambiamenti sociali intervenuti dopo la fine della guerra fredda: la crisi istituzionale in Italia, la globalizzazione dell’economia, le nuove esigenze della piccola e media impresa italiana, i mutamenti climatici, l’impatto delle tecnologie nelle aziende e la conseguente trasformazione della vecchia ‘classe operaia’, le nuove forme di comunicazione digitale, il rapporto con l’Europa, e così via.
Dinanzi a questi nuovi scenari, la classe dirigente del PDS-DS non ha capito proprio un bel nulla, assumendo posizioni apparse ai più di retroguardia, se non conservatrici,  e lasciando così che fosse sempre il centro-destra a dettare astutamente, di fatto, l’agenda politica dinanzi all’opinione pubblica, mentre il centro-sinistra inseguiva, arrancando in modo confuso e spesso contraddittorio.
Da questa crisi era nato il PD, cioè il partito che avrebbe dovuto amalgamare al proprio interno l’anima ex-comunista e quella del cattolicesimo progressista, che proveniva dalla ex sinistra DC. Oggi, possiamo dire che quelle due anime non si sono mai fuse e che, anzi, la storia interna del PD ha assunto spesso i connotati della lotta interna tra bande, fazioni, correnti e correntine, sempre più sorde alle istanze provenienti dalla società civile e scioccamente autoreferenziali. I risultati elettorali del 2013 non sono altro che l’ultima certificazione del fallimento politico di quel progetto che si chiamava PD e che, come detto in apertura, arriverà al definitivo de profundis, quando quel volpone di Zio Silvio avrà deciso di staccare la spina ad un governo di cui egli è, sotto sotto, il vero padrone.
 
 
E così torniamo alla domanda iniziale: quando il PD imploderà, con cosa lo sostituiremo?
A nostro modesto parere, bisogna partire dal principio che la sinistra, se vuole sopravvivere in Italia, non potrà che divenire plurale, il che significa che occorrerà creare una federazione di partiti che possa collegare insieme le due anime fondamentali dell’area progressista: da una parte un’anima più legata alla tradizione ‘socialdemocratica’ tradizionale, dall’altra un’anima più ‘movimentista’. Pensare di continuare a tenerle insieme a forza è una pura illusione, perciò tanto vale dividersi in modo palese e alla luce del sole, senza stupide faide di palazzo.
Poi c’è la questione programmatica. Le primarie, in una simile coalizione federata, sarebbero incentrate più sui programmi che sugli uomini, evitando il rischio di divenire un rituale vuoto, che serve solo alla perpetuazione del gruppo dirigente.
E quali punti programmatici dovrebbero essere discussi? Almeno quattro.
  1. La riforma istituzionale. Piaccia o no, ormai siamo entrati in un presidenzialismo di fatto, necessario a colmare il vuoto generato dalla crisi irreversibile dei partiti. Vogliamo finalmente discutere senza tabù su questo ed elaborare una visione progressista del presidenzialismo o lasciamo, come al solito, questo argomento al centro-destra?
  2. Lo stato sociale. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che lo stato sociale di vecchio stampo, un tempo abbastanza efficace, nelle condizioni attuali, è insostenibile. Vogliamo finalmente elaborare un progetto di riforma vera del welfare, prima che esso imploda completamente, lasciando sul terreno solo macerie?
  3. Il federalismo. Ormai le differenze socio-economiche tra le varie regioni d’Italia sono tante e tali, che il nostro è un paese unito solo sulla cartina geografica; nel momento in cui la Campania ha denunciato nel 2012 un tasso di disoccupazione del 15,5%  contro il 5% del Veneto (dati ISFOL), oppure la Lombardia ha registrato nel 2012 (dati Infocamere) ben 821.819 imprese attive, contro le sole 155.502 della Calabria, di quale razza di unità della nazione stiamo parlando? Non sarebbe ora, anche a sinistra, di lavorare su una seria riforma federale dello Stato che possa aggregare tra loro regioni omogenee per economia e società? O chiudiamo gli occhi e lasciamo che sia la Lega ad occuparsene?
  4. Istruzione e ricerca. Una classe politica di media intelligenza dovrebbe capire che questi sono settori strategici per un paese, dunque dovrebbe investire più risorse in essi, anziché ridurle sistematicamente, come si è stupidamente fatto in questi anni. Tali investimenti, però, non dovrebbero essere fatti ‘a pioggia’, ma dovrebbero da un lato, premiare gli atenei migliori e le scuole migliori, cioè quelle istituzioni culturali capaci di fare ‘vera’ ricerca e ‘vera’ innovazione, esattamente come avviene all’estero; dall’altro, offrire un sostegno alle scuole o alla università che operano in contesti sociali particolarmente difficili. Anche su questo argomento, la sinistra sembra piuttosto in ritardo, dato che, per decenni, la parola meritocrazia è stata pressocché assente dal suo dizionario.
Come si vede, gli argomenti per discutere all’interno della sinistra sono parecchi. La domanda, piuttosto, è: la sinistra avrà davvero la forza per avviare una discussione programmatica seria o preferirà, come al solito, inseguire cambiamenti gattopardeschi che non portano da nessuna parte? Per i progressisti la posta in gioco è davvero alta: o sopravvivere o scomparire definitivamente.

Ferdinando G. Rotolo (maggio 2013)